Per "Il Diario dei tirocinanti" oggi si parla di Sassari e le sue particolari caratteristiche

Un giorno di lavoro qualunque a Sassari

La curiosità di Claudia, osilese, circa Sassari e i suoi modi di essere quotidiani, e la risposta di Dario, sassarese DOC

22/09/2016 16:05:00
Claudia e Dario
Reporter Gold
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Siamo tornati con il nostro blog settimanale sul tirocinio in azienda. Si, Maria, la nostra tutor, non ci ha licenziato, dopo l'ultimo articolo, e ci ha concesso un'altra chance.

Oggi il nostro post è un racconto a due, perchè Claudia, che viaggia ogni giorno da Osilo, ha chiesto a Dario delle, diciamo così, delucidazioni su Sassari e la sua gente.

E' proprio lei a cominciare il racconto.

"Tutti i giorni mentre mi reco al lavoro, nel cuore del centro storico sassarese, attraverso Piazza Santa Caterina, svolto a sinistra, e arrivo in Piazza del Comune: qui, di fronte a Palazzo Ducale, sede dell’amministrazione comunale, c’è la redazione di Sardegnaeventi24.it.

Il tragitto che compio per arrivare sino a qua, pieno di persone di ogni tipo, regala ogni giorno una serie di, chiamiamole così, espressioni dialettali che spesso e volentieri io, che sassarese non sono, stento a capire. E la cosa divertente è che, insieme al sassarese verace tipo, si mescolano abitanti e turisti di ogni parte del mondo.

A cominciare dalla guida turistica che si ferma proprio sul ciglio del nostro ingresso, e così ci tocca sorbirci la storia del Duca dell’Asinara e del suo Palazzo, in spagnolo, russo, tedesco, o altre lingue non meglio identificate.

Bella la storia, bello il palazzo, bello tutto, per carità; però sentirla in russo, mentre attacchi al lavoro, alle 9 del mattino, vi posso garantire non sia particolarmente leggero da digerire.

Poi arriva il venerdì, il giorno dei matrimoni in comune: applausi, piatti rotti e hip hip hurrà a non finire. E fin li tutto bene. E’ quando la colorita vulgata sassarese viene fuori che i decibel salgono di pari passo alla raffinatezza delle espressioni.

Insomma si passa dal turista che scambia la redazione per l’Ufficio Informazioni Turistiche: “Excuse me, can I have a map?”, al sentirsi dire, nei vicoletti vicini, “Signorì, ma spiccoli a ne ha?”.

Ah, Sassari International.

Quando poi ti sistemi alla tua scrivania, credi di poter essere salva da tutto ciò. Nemmeno per idea: per via del caldo che ancora perdura nonostante l’estate sia ormai passata, la nostra porta spesso è aperta, e quindi capita spesso di sentire, involontariamente, ciò che dicono, e spesso, urlano, i passanti. Probabilmente anche se fosse chiusa, si sentirebbe ugualmente.

Incuriosita da questo mescolarsi di espressioni tipiche sassaresi, che ripeto, spesso e volentieri non comprendo, chiedo spesso al mio collega, Dario, fiero sassarese, di tradurre gentilmente ciò che sento; allora mi è venuto in mente di chiedergli di raccontarmi lui la Sassari più verace".

La parola passa a Dario.

Eh, Clà, Sassari è così. Ti regala perle di saggezza ogni giorno”. Così ho risposto a Claudia, divertita ma spesso allibita da cosa noi sassaresi, se ci mettiamo d’impegno, riusciamo ad esibire. Che centro storico sarebbe se non ci fosse tutto questo folklore? T’immagini se la signora che torna dal supermercato con due buste piene di ogni ben di dio, esclamasse “Accipicchia, che male la schiena” anziché “Catta, v’aggiu la china cribbadda”? O se gli anziani davanti ad un cantiere esclamassero “Eh sì, ci vorrà ancora un po’ prima che il progetto sia realizzato”, invece del ben più efficace “Ooh, ghissa è cosa longa”?

E poi, vuoi mettere, passare per il Corso, ormai multiculturale a tutti gli effetti, ed assistere a dialoghi che se non fossero reali sarebbero degni di un film di fantascienza (di quelli dove gli astronauti cercano di dialogare con personaggi alieni appena atterrati sulla terra che parlano lingue a noi sconosciute) ? Anche il signore attempato che si è portato avanti con la birra alle 10 del mattino, la cui lucidità tende a scemare proporzionalmente ai cl di Ichnusa ingurgitata, che tenta di spiegare a due turiste francesi come funzioni il parcometro della piazza, bè, è tanta roba.

Sono di quelle cose che ti fanno iniziare bene la giornata, che ti mettono il sorriso. Certo, se poi ti trovi davanti al, chiamiamolo così, amante del vino in cartone, probabilmente riscaldatosi col sole, che in confronto il vin brulè è gelido, chiederti “Vratè, ascò, ma un paio di monetine pa ciamà a babbo che è in ospedale a vi r’hai?”, ti trovi un po’ interdetto, lo ammetto. Anche se ormai ci fai l’abitudine. Prima di tutto perché nel 2016 trovare una cabina telefonica in città mi sembra impresa ardua, poi perché l’euro te lo do, anzi facciamo due: il secondo lo scommetto sul fatto che tempo zero la monetina che mi chiedi finirà probabilmente per aggiungere ettolitri alcolici al tuo fabbisogno quotidiano.

Poi ci sono loro: i contestatori seriali. Quelli che un giorno sì, e l’altro pure, si piazzano li davanti all’ufficio del sindaco per rammentargli cosa non funziona della città, o per riscuotere crediti che, a detta loro, gli spettano indiscutibilmente. Dopotutto è un diritto democraticamente riconosciuto quello di protestare pubblicamente e pacificamente; e poi a me, sentir dire della classe politica cittadina “Si so magnaddi finzu l’anchi di ra banca ” (dove banca non significa istituto bancario, bensì tavolo in sassarese) mi fa sempre stare bene. E’ lì che si misura il gradimento verso il primo cittadino.

Ma personalmente, ironia a parte, vedere per le vie del centro della mia città, il kebabbaro accanto alla trattoria tipica, i bambini nigeriani o senegalesi che ti dicono divertiti, mentre invadi la piazza diventata improvvisamente il loro campo da gioco “Ajò signore passa!”, così come i turisti che guardano incuriositi il busto di Giò Maria Angioy, cercando di capire chi sia stato, mi fa stare bene nella mia città.

Che problemi ne ha tanti, come tutte le città, ma che dimostra che è viva. E di questi tempi non penso sia poco. In questi giorni sui social leggo spesso l’hashtag #lasassaricheamo, dove tutti i sassaresi, dall’amministrazione comunale fino agli studenti universitari, lanciano suggerimenti, provocazioni, progetti della giunta, prese in giro e quant’altro.

Pure io ne avrei da dire di suggerimenti e lamentele, ma alla fine, probabilmente, lasassaricheamo è esattamente così com’è. Con le sue contraddizioni e i suoi dolori. Si perché, diciamoci la verità, piste ciclabili a parte, ha mille difetti, sarà pure in crisi, non sarà Roma nè tantomeno Londra, ma una cosa Sassari ce l’ha: è sincera. Profondamente sincera, nel bene e nel male. Si mostra così com’è, senza filtri.

Nello stemma della città, figurano due cavalli, in onore di Cavalliino de Honestis, podestà genovese, sotto il quale, nel medioevo, Sassari si rese libero comune.

Ed è così che mi piace immaginarmela: sempre libera di essere quella che è."

Claudia Chessa e Dario Di Silvio vi danno appuntamento alla prossima puntata.

A presto





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