Akenta Day

 La storia speciale di una persona speciale

Con le ali al posto delle mani

Intervista a Massimiliano Sechi, che ha reagito alla sua disabilità diventando un punto di riferimento per molti. "Perchè la disabilità non vuol dire non poter fare qualcosa, ma trovare il modo di farla diversamente"

05/08/2016 10:08:00
Dario Di Silvio
Reporter Gold
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Quando mi è stato chiesto di intervistare qualcuno che avesse una storia da raccontare, non ho avuto alcun dubbio: avrei raccontato di Massimiliano Sechi.

Piccola premessa: chi scrive conosce Massi (si, lo so, tutti lo chiamano Max, ma io continuo a chiamarlo così perché è così che l’ho sempre chiamato, anche se fa meno chic) da molto molto tempo, precisamente dal primo giorno di scuola, passando per le scuole medie e parte del liceo. Poi, come spesso accade, le strade si dividono e ognuno prende la propria. Ciò non toglie che io abbia bene in mente chi era, chi è stato, e chi è oggi: insomma, la sua storia l’ho seguita bene, per quello che ho potuto. Inizialmente in prima persona, e ultimamente, soprattutto grazie a Internet e ai social.

Non starò qua a raccontare di come sia stata dura, di tutte le sofferenze, di tutte le difficoltà di essere disabile: ah si, perché non vi ho detto che Massi è disabile, ma io spesso me ne dimentico, e alla fine di questa intervista anche voi capirete il perché. Vi basterà sapere che focomelia è il nome della patologia che lo ha privato degli arti; non serve sapere altro, perché quella che voglio raccontarvi è la storia di un riscatto: dalla vita,dalla sofferenza, dalla disabilità.

La sfida di Massi al mondo comincia nel 2009, grazie a una sua grande passione: i videogames. Più precisamente, il gaming online, che gli permette di sfidare persone da ogni parte del globo.

Inizia a battere diversi record, a vincere titoli su titoli, tanto ad arrivare a essere il primo giocatore disabile a vincere il titolo “Diamond”, il più alto, nel gioco League of Legends. Ma giocare online significa anche avere a che fare con il cyberbullismo. “Era da un po’ che subivo gli attacchi online dai giocatori – mi racconta Massi – insulti che nemmeno sto a dirti. Ma è stata la reazione a questo che mi ha fatto scattare la molla: se prima nascondevo la mia disabilità per paura, dopo ho capito che potevo fare qualcosa, sfruttando i risultati ottenuti giocando online”. Ecco come nasce il canale YouTube “The Handless Gamer”. Il successo arriva rapidamente, oggi conta 20.000 iscritti.

Arrivano addirittura dall’America per intervistarlo e fare un documentario su di lui, finisce pure in servizi sulla TV greca. Dal canale YouTube a un progetto vero e proprio il passo è breve. “Avevo capito che i videogiochi erano un mezzo per far capire che disabilità non significa non poter fare qualcosa, ma riuscire a trovare un modo diverso di farla. La popolarità che ho raggiunto mi ha fatto capire che potevo usarla per aiutare le altre persone. Fondamentalmente, a me, di essere popolare, non me ne fregava assolutamente niente”.

Da questo punto la vita di Massi cambia radicalmente. La volontà di aiutare altre persone con disabilità, e non solo, l’ha spinto sempre più in avanti, sino a diventare un punto di riferimento per molti, qualche volta anche un eroe per i più piccoli affetti da disabilità. Ecco il perché, nel 2014, sceglie di intraprendere gli studi per diventare Mental Coach, quello che poi è diventato il suo lavoro. Anzi, la sua vita. “Se tu mi chiedessi di fare altro oggi – mi dice – ti direi assolutamente di no”. E lo dice con aria sincera, gli si legge negli occhi la convinzione che ha della sua missione nell’aiutare le persone a superare i propri limiti.

La vita non la scegli, è quella ti capita. E Massi ha dovuto sopportare pesi che apparivano insostenibili. Ma ha reagito e ha capito che l’esperienza che ha vissuto lui poteva essere di aiuto agli altri. A Roma studia il mental coaching “Ho imparato persino i meccanismi del cervello - sottolinea - e come spesso l’essere umano sia portato all’autosabotazione, al porsi da solo dei limiti. Ma si possono superare, si può farlo se sei disposto a volerlo fare e farti aiutare”. Lui stesso continuala sua sfida ogni giorno, ponendosi l’obiettivo di aiutare più persone nel minor tempo possibile. “E poi c’è la soddisfazione di vedere negli occhi della gente l’emozione di avercela fatta, di aver superato le proprie paure, i propri limiti. Gli stessi occhi che prima erano colmi di timore e rassegnazione”.

Gli chiedo quali possono essere le difficoltà del suo lavoro: “La cosa più difficile da accettare è vedere persone con un grande potenziale non voler in alcun modo essere aiutate. E lì non puoi farci niente. All’inizio è stata la cosa più difficile da gestire per me; mi rivedevo in loro, rivedevo la mia riluttanza, il mio orgoglio, prevalere su tutto il resto. La paura la fa da padrone molto spesso. Ma la speranza c’è: come è stato per me, così può esserlo per gli altri”.

Massi non si ferma, mette in piedi altri progetti. Uno di questi si chiama “No Excuses”, nato quando partecipa nel 2012-2013 ad un'iniziativa chiamata Gaming for Good, pensata da uno youtuber belga, che supportava Save the Children attraverso lo streaming videoludico. Da lì, visti i risultati conseguiti con i suoi video, decide di partire con la vendita di t-shirt con il logo che potesse supportare le sue iniziative. “Ho invitato la gente a farsi la foto con la maglietta No Excuses, e postandola su Facebook, raccontare cosa significhi per loro non avere scuse. Ho avuto un notevole riscontro, e creato un movimento in rete che ha come scopo quello di far capire alla gente che tutti possiamo aiutare tutti, senza bisogno di chiamarsi Massimiliano Sechi. E tramite la vendita delle magliette sino a oggi abbiamo raccolto 20000 euro tutti destinati alla beneficenza”. La campagna No Excuses ha anche supportato Croce Rossa Italiana in alcune sue iniziative in Sardegna per la raccolta sangue.

Connesso a questo, l’altro progetto: "Be-ing The Difference". Gli chiedo di raccontarmelo un po’: “Nasce tutto dal mio sogno di portare gli strumenti del mental coaching nel mondo della disabilità: andare ad aiutare le famiglie, insegnare nelle scuole e nei centri di riabilitazione, insomma in tutte quelle realtà che vivono la disabilità quotidianamente, e aiutarle in questo processo di supporto, creando una vera e propria figura di riferimento. La stessa che è mancata a me e alla mia famiglia quando c’erano da affrontare situazioni estremamente difficili”.

E questa potrebbe essere davvero una strada da seguire, forse una nuova figura che possa realmente essere d’aiuto per l’ambiente che circonda il disabile. Perché spesso, come mi conferma Massi “sono i genitori ad avere paura per i propri figli. Certo, ci sono psicologi che svolgono il loro ruolo di supporto; ma chi meglio di chi ha vissuto certe situazioni può formare una persona a capire dinamiche così delicate?”. A pensarci bene, più che il disabile in sé, che lo ha innato, il senso di adattamento verso di esso spesso manca agli altri, all’ambiente che lo circonda. E’ qui che Massi vuole intervenire: “L’idea è quella di protocollare una serie di esercizi, lavori, studi, per risolvere le situazioni difficili che si possono creare nell’ambiente che circonda il disabile. Dalla famiglia alla scuola. E credimi, è la famiglia, con la paura, a volte il pietismo, che spesso lo frena più di quanto lui lo sia effettivamente. Ecco perché credo sia importante lavorare su queste persone”.

Il discorso prosegue, e parlando dei vari posti dove Massi è andato in giro col suo lavoro, mi viene in mente di chiedergli cosa ne pensa del nostro paese, a che punto siamo con l’inclusione dei disabili nella società. “Se mi parli di barriere architettoniche, siamo a zero. Te lo dico senza mezzi termini. Da nord a sud, ho incontrato difficoltà ovunque. A livello sociale, stiamo facendo grossi passi in avanti, ma c’è ancora molto da fare ed è a questo che voglio contribuire”.

Mentre lo ascolto, lo sguardo cade sulla sua carrozzina, che chiamare così è abbastanza riduttivo: sembra uscita dalla NASA. Forse ha pure qualche missile nascosto sotto il sedile. Emana tecnologia da ogni centimetro.“Vedi, questa è opera di un’azienda americana. Un prodotto di alta tecnologia, mi permette di fare qualsiasi cosa, persino di elevarmi ai piani più alti di un armadio. Ma aldilà del valore in sé, progetti come questo sono importanti perché riescono a ridefinire il concetto di disabilità nella vita quotidiana. Annullando molte differenze”.

Ecco, la tecnologia. Se penso ai disabili di trent’anni fa, e a quelli di adesso, ci sono differenze abissali. La rete, internet, hanno cambiato tutto. Massi è riuscito a fare tutto ciò che ha fatto grazie al web. “Sì, la tecnologia mi ha dato la possibilità di essere conosciuto in tutto il mondo. Ma tengo sempre a mente che può non avere limiti: e allora dovremmo essere noi a metterli. Per quanto avanzata sia, non credo sia possibile sostituire l’essere umano, anche con disabilità: se affidiamo la risoluzione di tutto alla tecnologia, cosa ne rimane dei nostri sforzi per crescere, per superare i nostri limiti? Dovrebbe essere un mezzo per fare qualcosa d’importante, non un qualcosa che ti anestetizza il cervello”.

Ritornando alle migliaia di persone che lo seguono (più di 20.000.000 di persone hanno girato sulla sua pagina negli ultimi tempi, 17.000.000 solo dai video, mi dice fiero), gli chiedo come gestisce questo fatto, se sente un senso di responsabilità verso chi in lui vede un vero e proprio punto di riferimento (e credetemi, sono in tanti; fatevi un giro sulla sua pagina Facebook e leggete un po’ di commenti). Mi risponde sereno “Mah, guarda, non sento molto il peso della responsabilità. Semplicemente perché nei video che faccio, in tutto ciò che scrivo e posto, sono io, sono sempre me stesso in tutto e per tutto; se poi a qualcuno non piaccio, il problema non devo certo pormelo io”.

E come dargli torto. Il livello di sicurezza raggiunto da Massi è molto alto. “Una volta che hai capito chi sei, cosa vuoi da te stesso, il resto viene da sé. E chi ti segue lo fa perché lo ha capito”.

Le ultime domande che voglio fargli sono un po’ più personali: per esempio sapere quale sia stato il momento più alto per ora della sua avventura, l’emozione più intensa, se riesce a trovarne una in quel mare infinito di sensazioni che avrà provato in vita sua. Ci pensa un po’, mi guarda sorridendo, e mi dice: “Guarda, alla fine le emozioni sono tante, tutte belle perchè collegate a persone che per me sono allo stesso livello. Hanno tutte lo stesso identico valore, molto alto. Ma se proprio devo trovarne una, allora ti dico che lavorativamente parlando, essere chiamato dai più grandi Mental coach mondiali a collaborare con loro, per me ha significato tanto”.

Non insisto nel chiedere se ci sia stata una serata, un momento, che metterebbe lì, nei primi posti tra le cose più belle; ma alla fine è lui a raccontare: “Un’emozione forte me l’ha data una ragazza, un giorno, in aula, durante una riunione, che non riusciva a essere felice. Avvicinandomi, ho parlato con lei per dieci minuti. E contemporaneamente, le quattrocento persone che affollavano la sala, erano tutte rivolte verso di me, e mi guardavano fisso. E quando la ragazza ha capito quale fosse il suo ostacolo, dicendomi che in realtà poteva veramente essere felice, la sala si è commossa. Ecco, in quel momento ho provato un senso di energia fortissimo, che proveniva da tutte le persone. Qualcosa d’importante”.

L’intervista sta finendo, e parliamo ancora di come voglia portare i suoi progetti anche all’estero, di come abbia in programma di studiare lo spagnolo (l’inglese lo parla benissimo) per, chissà, arrivare lontano. La voglia e il coraggio non mancano, penso si sia capito.

E la Sardegna? “E’ casa mia, è qui che ho la mia base, ci sono ritornato dopo alcuni anni fuori perché sento molto l’appartenenza alla mia terra. Sai, in futuro, per il lavoro che faccio, non posso sapere dove potrò arrivare, ma una certezza ce l’ho: non me ne vado da qui finché non ho lasciato qualcosa di importante”.

Una sorta di regalo alla terra che l’ha fatto nascere e crescere. E che una volta di più mi da conferma che qui, perdonate il campanilismo, nascano persone straordinarie.

Saluto Massi, lo ringrazio per la chiacchierata piena di tante cose. Mentre lascio casa sua, mi vengono in mente mille idee su come raccontarlo, come chiudere questo articolo. Ho pensato a diverse cose, come il fatto che “The Handless Gamer”, pronunciato, in inglese possa significare anche “il giocatore senza fine”; il che gli si addice perfettamente, perché sembra proprio non avere nessuna intenzione di fermarsi o di vedere una fine alla sua avventura di vita.

Oppure ho anche pensato che mi ritengo fortunato ad aver conosciuto e aver visto crescere, sino a un certo momento, una di quelle persone che ti ridanno fiducia nel mondo. O anche che sì, è vero, le mani non le ha; ma credetemi, senza scomodare la definizione di antropomorfo, a me sembra proprio che al posto delle mani lui abbia delle ali, invisibili, che gli permettono di volare alto, molto alto.

Nel mentre che penso a queste ed altre duemila cose che questa chiacchierata mi ha lasciato, mi arriva un messaggio sul cellulare. E’ Massi: “Grazie per l’intervista, Dario. Fa strano sai, dopo che siamo praticamente cresciuti insieme, che ora vieni da me ad intervistarmi!”.

Effettivamente non ci avrei mai pensato, sino a poco tempo fa.

Ma il merito è tutto tuo Massi, credimi.